Il coraggio del gelataio Tirelli

Storia ‘dolce’ di amicizia e altruismo nel buio della Shoah

di Marzia Apice, ANSA

Libro del giorno: Il gelataio Tirelli

È una storia ‘dolce’ che sa di fragola, cioccolato e cannella ma anche di coraggio e altruismo negli anni bui della Shoah quella raccontata da Tamar Meir nell’albo illustrato dedicato a Il gelataio Tirelli (Gallucci). Basato su fatti realmente accaduti, il libro racconta ai bimbi con un linguaggio semplice e con l’ausilio dei disegni di Yael Albert la storia esemplare di Francesco Tirelli, italiano emigrato in Ungheria che durante la seconda guerra mondiale nascose nel retrobottega della sua gelateria di Budapest 15 ebrei salvandoli dai nazisti. Una volta finita la guerra, Francesco ebbe come ricompensa la meravigliosa consapevolezza di aver compiuto “qualcosa di più grande e più dolce di qualsiasi gelato avesse mai fatto in vita sua”. Tra le persone che trovarono rifugio nella gelateria, c’era anche Peter (Isacco) Meir, all’epoca un ragazzino appassionato di gelato e cliente affezionato di Tirelli, che, dopo la guerra, si è trasferito in Israele ed è diventato professore di chimica.
Nel 2008 è stato proprio Peter a fare richiesta all’Ente nazionale per la Memoria della Shoah Yad Vashem di nominare il suo salvatore ‘Giusto tra le Nazioni’. La richiesta è stata accordata ma da allora si stanno svolgendo le ricerche dei familiari di Tirelli per poter consegnare il riconoscimento personalmente. Cercarli è un obiettivo perseguito con impegno anche dalla nuora di Peter Meir, Tamar, che sentendo in casa il racconto di questa storia straordinaria ha deciso di raccontarla in questo libro. “I miei figli sono cresciuti con questa storia: il racconto del nonno in una gelateria è apparso subito intrigante ai loro occhi, solo dopo hanno capito che non era esattamente una storia poi così divertente. In Israele, i bambini sono sempre a contatto con l’Olocausto, ne vedono tracce dappertutto: non si può negare e non si può pensare di non parlarne con loro”, racconta l’autrice in un’intervista all’ANSA, “ho capito che la vicenda accaduta al nonno era per i miei figli un buon modo per cominciare a parlare di questo argomento, anche se così hanno iniziato a scoprire quello che è successo agli ebrei, perché non è una storia di cattiveria ma quella di un uomo buono che ha scelto di fare del bene, e con un bel finale, ovvero proprio la nostra famiglia. Poi, quando cresceranno, studieranno anche le cose brutte e più complesse che sono accadute”. “Ho pensato che se questa storia era stata utile per i miei figli lo sarebbe stata anche per altri bambini”, prosegue, “una notte ho avuto l’idea di scrivere il libro, partendo proprio dal gelato. Le mamme stanno sempre attente a non far mangiare troppo gelato. E proprio dal gelato è venuta l’idea. Volevo iniziare con l’immagine di Francesco che in fondo era solo un bambino che amava il gelato”. Sul valore e l’efficacia del Giorno della Memoria, in occasione del quale il libro viene pubblicato, la Meir non ha dubbi: “Proprio perché ci sono ancora oggi razzismo e violenza dobbiamo continuare col Giorno della Memoria e poi trovare anche nuovi modi per parlare di Olocausto”, dice, “dobbiamo ricordare e essere consapevoli che la violenza è ancora nel mondo e che il pericolo è reale perché quello che è successo può accadere ancora”. Anche i traduttori del libro, la giornalista Cesara Buonamici e suo marito, il medico ungherese Joshua Kalman, sono legati personalmente alla tragedia della Shoah: il padre di Joshua è l’unico sopravvissuto della famiglia Kalman ai campi di sterminio nazista, mentre sua mamma è rientrata in Ungheria dopo la detenzione in un campo con sua nonna.

Intervista a Joshua Kalman

Joshua Kalman è nato nel 1947 da ebrei ungheresi sopravvissuti alla Shoah. Nel Dopoguerra la sua famiglia si è trasferita in Israele e ora lui vive da molti anni in Italia. È perciò il testimone e l’interprete migliore per tradurre Il gelataio Tirelli, che racconta la persecuzione nazista a Budapest e l’eroismo di questo anti-eroe italiano. Uno dei “Giusti tra le nazioni” la cui memoria viene conservata allo Yad Vashem di Gerusalemme, ma che – incredibilmente – non ha eredi, neppure alla lontana, interessati alla sua storia. L’attestato non è mai stato ritirato e le autorità israeliane hanno lanciato un appello perché qualcuno si faccia vivo. Appello che qui rilanciamo.

Signor Kalman, le vicende del gelataio Tirelli sono intrecciate alla storia intensa e drammatica della persecuzione degli ebrei in Ungheria durante la Seconda guerra mondiale, leggendo il libro, però, colpisce subito la grande tenerezza che traspare da alcuni particolari. Per esempio, sembra di sentire i sapori di certi cibi che vengono nominati.

K. Io non ho scritto il libro, mi sono limitato a tradurlo, ma è come se lo avessi scritto io. Mi sembrava proprio di sentire quei sapori, quei profumi della cucina ungherese e ungherese ebraica di quando ero bambino. È stato anche un modo di ricordare i miei che ormai non ci sono più. Leggendo e traducendo il libro mi tornavano in mente tante storie che sentivo a casa; anche se casa nostra non era una casa malinconica nonostante la Seconda Guerra mondiale fosse appena finita. Molte famiglie ebraiche hanno continuato a vivere nel ricordo orribile delle persecuzioni e ciò ha fatto sì che non uscissero mai più da quell’atmosfera cupa. A casa mia invece non si parlava più di tanto di quel periodo, nonostante mio padre avesse perso entrambi i genitori e la sorella, e mia madre avesse perso il padre a Dachau con altri due fratelli. Dai campi di sterminio è tornata mia nonna, da Auschwitz, e mio padre che era stato condannato ai lavori forzati dalle terribili croci frecciate, i filonazisti ungheresi.

Dopo aver tradotto il libro è tornato a Budapest?

K. No, anche perché il libro è stato tradotto da pochissimo tempo, ma ora ho intenzione di tornarci. Ieri ho incontrato l’ambasciatore ungherese a Roma e gli ho regalato il Gelataio Tirelli, che non conosceva, anche perché questo libro non è tradotto in ungherese ed esiste solo nell’originale ebraico, in inglese e ora in italiano. Gliel’ho regalato perché ha una bambina di sette anni che vive a Budapest. E a maggio andrò in Ungheria con lui.

Primo Levi diceva che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. Questo libro aiuterà la conoscenza e la consapevolezza dei più giovani?

K. Ha la capacità di raccontare un episodio vero della storia senza essere predicatorio, in un modo che tutti possano capire, anche i bambini. Io non conoscevo questa storia, ma ne conoscevo una simile, quella del console svedese a Budapest Raul Wallemberg, che ha organizzato ben trentuno case sicure da cui ha fatto scappare più di trentamila ebrei, facendo in grande ciò che ha fatto Tirelli in piccolo. Ma è importante che ciascuno faccia quello che può. Non a caso il Talmud dice che chiunque salvi un’anima è come se salvasse il mondo intero. E, del resto, la storia di Wallemberg ha anche un ulteriore punto di contatto con quella di Tirelli, perché oltre a essere stati dichiarati entrambi “Giusti tra le nazioni” dal museo dello Yad Vashem di Gerusalemme, di nessuno dei due si conosce il destino dopo la guerra.

Ballerine a tutti i costi

da Zazie di Silvana Sola

Avevo già salutato al suo apparire la serie americana Ely+Bea, portata in Italia dall’editore Gallucci e oggi la riprendo per leggere il numero 6 che ha per titolo Ballerine a tutti i costi.
La vicenda comincia con un libro, sì galeotto fu il libro. La nonna di Ely le regala un librone dal titolo Il grande libro del balletto e le due amiche entrano così nella storia di Giselle e finita la storia si divertono un mondo a giocare. La mamma non permette che si mettano a ballare con un coltello in mano e per trafiggersi il cuore devono rimediare con la mazza da baseball. Il libro e la storia di Giselle fa venir voglia di volteggi e scarpette a punta (anche se, si dice nella storia, qualche volta si macchiano di sangue). Ely e Bea riescono a strappare il consenso per iscriversi a danza classica, anche se le rispettive madri non dimostrano gran fiducia nelle loro passioni ballerine, dopo l’esempio dell’infatuazione per il pattinaggio sul ghiaccio, abbandonato dopo poche lezioni (“faceva un gran freddo commentano le bambine”). L’ironia di questi racconti per principianti lettrici è sottile, l’avventura sempre credibile e lo sguardo sulla vita (la scuola, le maestre, le parole e i toni degli adulti) attento e clinico. Fra plié e arabesque di tante storie che abbiamo documentato nella mostra e nel numero monografico Infanzia e Danza, anche questo piccolo libro prende la sua parte.
Della danza si può leggere e scherzare. Sempre di gusto le illustrazioni della bravissima Sophie Blackall