Scritto e tradotto: bel lavoro!

Anche a scuola si può imparare come trasporre un libro da una lingua all’altra.

Popotus, Avvenire

Ormai non ci facciamo più caso: guardiamo la copertina di un libro, vediamo che l’autore o l’autrice ha un nome straniero, eppure non ci preoccupiamo di capire come le sue parole siano arrivate fino a noi. Anche se in Italia i lettori non sono numerosi, il nostro è uno dei Paesi che traduce più libri, e molto rapidamente: un romanzo è appena uscito a New York e già lo trovi sugli scaffali a Roma o a Milano. Non che si faccia così in fretta a tradurre un libro, intendiamoci. Quella del traduttore è una professione di tutto rispetto, che si potrebbe benissimo inserire nei progetti di alternanza tra scuola e lavoro. Forse sapete di che cosa si tratta. Alle superiori gli studenti devono impiegare un certo numero di ore in attività di tipo professionale. Un’impresa relativamente semplice per gli istituti che trasmettono capacità specifiche, un po’ più complicata per scuole come i licei, dove i ragazzi sono impegnati nell’apprendimento di nozioni che sembrerebbero prive di applicazioni pratiche. Fare versioni dal latino e dal greco, per esempio, a che cosa potrà mai servire? Se lo sono chiesti anche al D’Azeglio, un liceo classico di Torino, e hanno trovato una risposta originale: proprio perché i ragazzi traducono tanto per compito, mostriamo loro che tradurre è una professione. Grazie alla collaborazione con la casa editrice Gallucci, ad alcune classe del D’Azeglio è stata affidata la versione dall’inglese di tre titoli della collana “Guide per piccoli alle vite dei grandi”, con le biografie di Leonardo da Vinci, del leader sudafricano Nelson Mandela e della scienziata Marie Curie destinate al pubblico dei bambini. Che sono i lettori più esigenti, come sappiamo bene noi di Popotus. Ma che ora stanno dimostrando di apprezzare moltissimo il lavoro fatto dai loro amici più grandi.

Grammatica sì, con equilibrio

Il rischio più grosso? Pensare troppo alla grammatica. Un altro pericolo? Non pensarci abbastanza. «Trovare l’equilibrio non è facile, ma si può imparare», spiega Susanna Basso, l’insegnante del liceo D’Azeglio che ha avuto l’idea di coinvolgere gli studenti nel progetto dell’editore Gallucci. La professoressa Basso, in effetti, è una professoressa un po’ speciale: al mattino sta in cattedra ma poi, quando torna a casa, dedica ore e
ore al suo lavoro di traduttrice. Molti importanti scrittori di lingua inglese sono conosciuti e apprezzati in Italia grazie a lei, che condivide volentieri qualche segreto del mestiere con i lettori di Popotus. «Le traduzioni che si fanno a scuola – spiega – sono un po’ diverse da quelle che si trovano nei libri. Uno studente deve dimostrare di conoscere bene le regole della lingua di partenza, mentre l’obiettivo del traduttore di professione sta nel rendere comprensibile il testo a chi quella lingua la conosce poco o niente. Per questo, all’inizio, può capitare di essere un po’ impacciati oppure, al contrario, di procedere troppo alla leggera, senza più tenere conto dell’originale». La giusta misura si trova con il tempo, leggendo e studiando molto. Ma attenzione, quello del traduttore è un lavoro complesso. Ogni pagina richiede moltissima pazienza.

 

Picasso visto da un bambino

Pablo Picasso, il grande artista considerato uno dei maestri del XX secolo, nasceva il 25 ottobre 1881 a Malaga. Autore di molti capolavori era anche uno straordinario compagno di giochi, come racconta Antony Penrose nel suo “Il bambino che morse Picasso”.

Nel ricordo di Tony, Picasso aveva un buon profumo di acqua di colonia e di tabacco francese, la sua giacca di tweed pizzicava ed era bravissimo a giocare facendo finta di essere alla corrida.
Soprattutto, giocare con Picasso era proprio divertente.

ilbambinochemorsepicasso

Quello proposto da Penrose è il ritratto inedito di un grande personaggio, costruito attraverso ricordi, aneddoti, curiosità, anche grazie alle immagini di Lee Miller, fotografa e mamma di Tony.

Un incontro emozionante per ogni bambino.