Studenti e traduttori

Un caso virtuoso di alternanza scuola-lavoro. Guidata dall’insegnante Susanna Basso una classe del liceo D’Azeglio pubblica un libro.

di Alessandro Martini, Corriere della sera (ed. Torino)

Le traduzioni servono: dal latino, dal greco, dall’inglese. A mostrarlo concretamente ai suoi studenti, impegnati in un progetto formativo di «alternanza scuola-lavoro», è Susanna Basso, docente di Lingua e Letteratura inglese al Liceo Classico Massimo D’Azeglio di Torino oltre che traduttrice ammirata e premiata. Insieme hanno tradotto un libro già in vendita e sono ora impegnati in un progetto per tre nuovi volumi, tre biografie di personaggi famosi. Alice Munro, premio Nobel per la Letteratura nel 2013; Kazuo Ishiguro, Nobel nel 2017; e poi scrittori amatissimi come Julian Barnes, Martin Amis e Ian McEwan (recente Premio Bottari Lattes), fino a Jane Austen. Sono autori celebri nel mondo, accumunati dal loro traduttore: proprio Susanna Basso. Nata nel 1956 a Torino, ha vinto nel 2002 il premio Procida per la traduzione di «Espiazione» di McEwan, è stata recentemente indicata da «La Lettura» tra i migliori traduttori italiani, nominata dai suoi stessi colleghi. Ma Susanna Basso da 14 anni è anche insegnante al D’Azeglio, la scuola in cui si sono formati figure capitali della cultura italiana (anche in campo editoriale) come Primo Levi, Giulio Einaudi, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Cesare Pavese e Fernanda Pivano. È anche grazie alle competenze di Susanna Basso in campo editoriale che al D’Azeglio la traduzione è tra le attività previste dall’alternanza scuola-lavoro, la metodologia didattica grazie alla quale gli studenti affiancano un periodo di formazione teorica con uno di esperienza più pratica. Introdotta nel 2003 e resa obbligatoria nel 2015 (riforma della Buona Scuola), ha l’obiettivo di contribuire all’orientamento degli studenti e di far loro acquisire esperienze e competenze in vista del futuro impiego. A livello nazionale, l’alternanza scuola-lavoro è stata
accompagnata da non poche polemiche, spesso condivise da studenti e insegnanti (in particolare nei licei), soprattutto per la mancanza di linee guida rigorose e a causa di applicazioni talvolta poco efficaci e scarsamente utili agli studenti, addirittura con il rischio di confondere la stessa alternanza con attività professionali non retribuite. Non è questo il caso del progetto del D’Azeglio. «Pur nella poca chiarezza dell’alternanza e nonostante le perplessità condivise con molti colleghi riguardo all’attuale organizzazione – racconta Susanna Basso – credo che la nostra esperienza sia piuttosto proficua. Gli studenti non soltanto hanno compiuto una seria esperienza di traduzione ma alla fine hanno avuto in mano prodotti reali, fisici: dei libri». Il progetto è nato nell’anno scolastico 2016-17 e ha coinvolto un’intera classe, la II B.

 Il frutto del primo anno di lavoro è il libro di Oscar Sabini Paper Monsters (sottotitolo: Tutto per creare i tuoi mostri con la tecnica del collage), un libro d’artista per bambini di età prescolare, pubblicato lo scorso luglio dalla casa editrice romana Gallucci. «Come prima esperienza è stata perfetta», spiega Susanna Basso: «testi brevi ma non banali, da tradurre nelle poche ore a disposizione (200 in totale nel triennio). Tradurre testi destinati ai bambini non è facile, bisogna conoscere i trucchi del mestiere, essere comprensibili ma accattivanti. Benedetta Gallo e Mattia Venturi, le due figure professionali che hanno seguito l’intero progetto, hanno spiegato ad esempio le caratteristiche e i possibili rischi, ma anche aspetti specifici come la resa dei nomi propri. E alla fine i ragazzi hanno visto il loro nome scritto sulle pagine di un volume reale, che sarà davvero letto. Forse per la prima volta hanno avuto la misura di come la fatica della traduzione possa avere un’utilità pratica e non si riduca alla temuta esperienza di un compito in classe».

Imaginare la pace si deve!

Quindici case editrici di tutto il mondo pubblicano una versione per bambini di Imagine di John Lennon, con il patrocino di Amnesty International.

di Franca De Sio, Il Pepeverde

Imagine è uno dei più grandi capolavori della musica pop. È una canzone che noi adulti abbiamo radicata nell’anima, se continuiamo a sperare: «You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one». Non era solo, l’uomo che la suonava al pianoforte, davanti al Bataclan, il giorno dopo l’attacco terroristico, nel 2015. La pace non è un sogno irrealizzabile, nonostante tutto.

Il 21 settembre 2017, Giornata internazionale della Pace, è uscito l’album illustrato Imagine. E stato pubblicato in contemporanea in quattordici paesi, dagli Usa al Messico, all’Argentina, alla Romania, all’Olanda e alla Corea. Per l’Italia ne è editore Gallucci. La traduzione italiana dei versi di John Lennon è opera di Altan, così bravo a raccontare ai bambini, con la sua Pimpa, i piccoli gesti che insegnano i grandi valori della solidarietà e della pace. Le illustrazioni, per tutte le edizioni, sono di Jean Juillien, poliedrico artista con una particolarissima visione, ironica e a volte caustica, del nostro tempo; autore della rivisitazione del simbolo grafico della pace, con iscritta nel tondo la torre Eiffel, dopo gli atti terroristici di Parigi.

Nell’albo Imagine, è autore di un’antiretorica trasformazione della colomba della pace in un più banale piccione, proprio per sottolineare che può esserci anche una banalità del bene, se tutti lo vogliamo. È facile per i piccoli seguire un piccione, che spiega i concetti mentre esce dalla metropolitana, si fa trasportare da un peschereccio, vola a dividere litigi con gli altri uccelli, condivide con loro il cibo e li accoglie tutti sotto la sua ala protettiva.

Che grande gioia è poter mettere in mano ai bambini Imagine

In questi ultimi tempi davvero non sapevamo come dirglielo, che devono avere speranza in un mondo migliore. Forse non avranno mai ascoltato la canzone di John Lennon, ma ora possono leggerne le parole in inglese e, a caratteri più grandi, in italiano. Possono seguire i tratti morbidi e i colori rassicuranti e pieni delle illustrazioni su doppia pagina.

Nella prefazione Yoko Ono si rallegra di vedere le parole di suo marito così ben illustrate e ricorda che dobbiamo sempre portare l’amore nel cuore: «Imagine è una dichiarazione di grande potenza, scritta con profondissimo amore per l’umanità e per il suo futuro». E stata scritta quando gli Stati Uniti erano in guerra nel Vietnam spesso poeti e scrittori danno il meglio di sé in questi casi. Nell’ultima pagina è riportato in inglese il testo della canzone. A fronte, Amnesty International, alla quale saranno devoluti parte dei proventi della vendita del libro, si rivolge ai bambini con una raccomandazione: la pace ci fa vivere serenamente, ma perché ci sia dobbiamo impegnarci a comportarci con gentilezza, equità e giustizia. Dobbiamo difendere i diritti umani, che sono di tutti, che sono stati proclamati con la Dichiarazione Universale, nel 1948, quando si è voluto dire «mai più» alla guerra.
Imagine ha parole semplici, che possono capire anche i bambini, e gli adulti possono capirle? Nessun confine, niente per cui uccidere o essere ucciso, nessuna religione, vivere tutti in pace, è un messaggio marxista? È un’utopia? Noi adulti ci stiamo ancora ragionando sopra.

Ma per il futuro dei nostri piccoli dobbiamo cantare «Imagine all the people living life in peace» e, finalmente, leggere loro questo bellissimo albo. Lo farò anch’io. Non dimenticherò mai l’immagine di un volto di donna, per metà cancellato dal napalm, che cantava Imagine accompagnata da un’orchestrina di mutilati di guerra, ad Hanoi.

Sedici montagne

di Paolo Nori

C’è un signore russo che era giovane duecento anni fa che una volta, a Parigi, aveva detto che la Russia è quel paese dove le favole sono allegre e le canzoni tristi.

Be’, questa è una raccolta di favole allegre, anche se alcune un po’ fanno paura, perlomeno a me, fanno paura, e sono favole allegre che hanno la caratteristica che non le ha scritte nessuno.
Sono favole tradizionali, che sono un po’ come le storie che raccontiamo ai nostri amici, che loro poi le raccontano ai loro amici, che poi le raccontano ai loro amici, che poi le raccontano ai loro amici e alla fine rimane solo la storia che è come se non l’avesse scritta nessuno, è come se si fosse fatta da sola, come le montagne: ci sono, le montagne, ma chi le ha fatte?
E chi lo sa, son lì da sempre, non c’è nessuno che ha visto un muratore che ha tirato su una montagna, però qualcuno la deve aver tirata su, perché è lì.
Ecco, queste che state per leggere, ammesso che le stiate per leggere, sono sedici montagne russe, in un certo senso, e son tutte fatte come vi ho detto, dagli amici che le raccontavano agli amici,  che le raccontavano agli amici, che le raccontavano agli amici tanto tanto tempo fa, nel periodo di costruzione delle montagne, tranne l’ultima, che l’hanno scritta centocinquanta anni fa dei ragazzi che andavano a una scuola che teneva uno scrittore russo che si chiamava Leone Tolstoj che aveva una teoria strana.
Lui pensava che non fossero i grandi a dovere insegnare a scrive re ai bambini, ma i bambini a dovere insegnare a scrivere ai grandi.
Buona lettura (ammesso che lo leggiate).

Domenica 11 febbraio alle ore 16 lo scrittore e traduttore Paolo Nori sarà ospite della libreria Giannino Stoppani per leggere alcuni brani tratti dalla raccolta di fiabe della tradizione russa “Come è andata veramente tra Mascia e Orso”.

 

Uno zoo divertente e colorato!

“Allo zoo, quando ci vai

NON SVEGLIARE IL PANDA

se no sono guai!”

Questo è l’incipit dell’albo illustrato di Chris Owen e Chris Nixon, un libro sorprendente che trasporterà i lettori in un mondo incredibile, fatto di animali bellissimi, colorati e molto divertenti, che li faranno ridere con i loro versi e i loro buffi comportamenti. Purché il panda non si svegli!

Perché se si sveglia…

può succedere un vero PANDAMONIO!

 

 

Il coraggio del gelataio Tirelli

Storia ‘dolce’ di amicizia e altruismo nel buio della Shoah

di Marzia Apice, ANSA

Libro del giorno: Il gelataio Tirelli

È una storia ‘dolce’ che sa di fragola, cioccolato e cannella ma anche di coraggio e altruismo negli anni bui della Shoah quella raccontata da Tamar Meir nell’albo illustrato dedicato a Il gelataio Tirelli (Gallucci). Basato su fatti realmente accaduti, il libro racconta ai bimbi con un linguaggio semplice e con l’ausilio dei disegni di Yael Albert la storia esemplare di Francesco Tirelli, italiano emigrato in Ungheria che durante la seconda guerra mondiale nascose nel retrobottega della sua gelateria di Budapest 15 ebrei salvandoli dai nazisti. Una volta finita la guerra, Francesco ebbe come ricompensa la meravigliosa consapevolezza di aver compiuto “qualcosa di più grande e più dolce di qualsiasi gelato avesse mai fatto in vita sua”. Tra le persone che trovarono rifugio nella gelateria, c’era anche Peter (Isacco) Meir, all’epoca un ragazzino appassionato di gelato e cliente affezionato di Tirelli, che, dopo la guerra, si è trasferito in Israele ed è diventato professore di chimica.
Nel 2008 è stato proprio Peter a fare richiesta all’Ente nazionale per la Memoria della Shoah Yad Vashem di nominare il suo salvatore ‘Giusto tra le Nazioni’. La richiesta è stata accordata ma da allora si stanno svolgendo le ricerche dei familiari di Tirelli per poter consegnare il riconoscimento personalmente. Cercarli è un obiettivo perseguito con impegno anche dalla nuora di Peter Meir, Tamar, che sentendo in casa il racconto di questa storia straordinaria ha deciso di raccontarla in questo libro. “I miei figli sono cresciuti con questa storia: il racconto del nonno in una gelateria è apparso subito intrigante ai loro occhi, solo dopo hanno capito che non era esattamente una storia poi così divertente. In Israele, i bambini sono sempre a contatto con l’Olocausto, ne vedono tracce dappertutto: non si può negare e non si può pensare di non parlarne con loro”, racconta l’autrice in un’intervista all’ANSA, “ho capito che la vicenda accaduta al nonno era per i miei figli un buon modo per cominciare a parlare di questo argomento, anche se così hanno iniziato a scoprire quello che è successo agli ebrei, perché non è una storia di cattiveria ma quella di un uomo buono che ha scelto di fare del bene, e con un bel finale, ovvero proprio la nostra famiglia. Poi, quando cresceranno, studieranno anche le cose brutte e più complesse che sono accadute”. “Ho pensato che se questa storia era stata utile per i miei figli lo sarebbe stata anche per altri bambini”, prosegue, “una notte ho avuto l’idea di scrivere il libro, partendo proprio dal gelato. Le mamme stanno sempre attente a non far mangiare troppo gelato. E proprio dal gelato è venuta l’idea. Volevo iniziare con l’immagine di Francesco che in fondo era solo un bambino che amava il gelato”. Sul valore e l’efficacia del Giorno della Memoria, in occasione del quale il libro viene pubblicato, la Meir non ha dubbi: “Proprio perché ci sono ancora oggi razzismo e violenza dobbiamo continuare col Giorno della Memoria e poi trovare anche nuovi modi per parlare di Olocausto”, dice, “dobbiamo ricordare e essere consapevoli che la violenza è ancora nel mondo e che il pericolo è reale perché quello che è successo può accadere ancora”. Anche i traduttori del libro, la giornalista Cesara Buonamici e suo marito, il medico ungherese Joshua Kalman, sono legati personalmente alla tragedia della Shoah: il padre di Joshua è l’unico sopravvissuto della famiglia Kalman ai campi di sterminio nazista, mentre sua mamma è rientrata in Ungheria dopo la detenzione in un campo con sua nonna.

Intervista a Joshua Kalman

Joshua Kalman è nato nel 1947 da ebrei ungheresi sopravvissuti alla Shoah. Nel Dopoguerra la sua famiglia si è trasferita in Israele e ora lui vive da molti anni in Italia. È perciò il testimone e l’interprete migliore per tradurre Il gelataio Tirelli, che racconta la persecuzione nazista a Budapest e l’eroismo di questo anti-eroe italiano. Uno dei “Giusti tra le nazioni” la cui memoria viene conservata allo Yad Vashem di Gerusalemme, ma che – incredibilmente – non ha eredi, neppure alla lontana, interessati alla sua storia. L’attestato non è mai stato ritirato e le autorità israeliane hanno lanciato un appello perché qualcuno si faccia vivo. Appello che qui rilanciamo.

Signor Kalman, le vicende del gelataio Tirelli sono intrecciate alla storia intensa e drammatica della persecuzione degli ebrei in Ungheria durante la Seconda guerra mondiale, leggendo il libro, però, colpisce subito la grande tenerezza che traspare da alcuni particolari. Per esempio, sembra di sentire i sapori di certi cibi che vengono nominati.

K. Io non ho scritto il libro, mi sono limitato a tradurlo, ma è come se lo avessi scritto io. Mi sembrava proprio di sentire quei sapori, quei profumi della cucina ungherese e ungherese ebraica di quando ero bambino. È stato anche un modo di ricordare i miei che ormai non ci sono più. Leggendo e traducendo il libro mi tornavano in mente tante storie che sentivo a casa; anche se casa nostra non era una casa malinconica nonostante la Seconda Guerra mondiale fosse appena finita. Molte famiglie ebraiche hanno continuato a vivere nel ricordo orribile delle persecuzioni e ciò ha fatto sì che non uscissero mai più da quell’atmosfera cupa. A casa mia invece non si parlava più di tanto di quel periodo, nonostante mio padre avesse perso entrambi i genitori e la sorella, e mia madre avesse perso il padre a Dachau con altri due fratelli. Dai campi di sterminio è tornata mia nonna, da Auschwitz, e mio padre che era stato condannato ai lavori forzati dalle terribili croci frecciate, i filonazisti ungheresi.

Dopo aver tradotto il libro è tornato a Budapest?

K. No, anche perché il libro è stato tradotto da pochissimo tempo, ma ora ho intenzione di tornarci. Ieri ho incontrato l’ambasciatore ungherese a Roma e gli ho regalato il Gelataio Tirelli, che non conosceva, anche perché questo libro non è tradotto in ungherese ed esiste solo nell’originale ebraico, in inglese e ora in italiano. Gliel’ho regalato perché ha una bambina di sette anni che vive a Budapest. E a maggio andrò in Ungheria con lui.

Primo Levi diceva che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. Questo libro aiuterà la conoscenza e la consapevolezza dei più giovani?

K. Ha la capacità di raccontare un episodio vero della storia senza essere predicatorio, in un modo che tutti possano capire, anche i bambini. Io non conoscevo questa storia, ma ne conoscevo una simile, quella del console svedese a Budapest Raul Wallemberg, che ha organizzato ben trentuno case sicure da cui ha fatto scappare più di trentamila ebrei, facendo in grande ciò che ha fatto Tirelli in piccolo. Ma è importante che ciascuno faccia quello che può. Non a caso il Talmud dice che chiunque salvi un’anima è come se salvasse il mondo intero. E, del resto, la storia di Wallemberg ha anche un ulteriore punto di contatto con quella di Tirelli, perché oltre a essere stati dichiarati entrambi “Giusti tra le nazioni” dal museo dello Yad Vashem di Gerusalemme, di nessuno dei due si conosce il destino dopo la guerra.

Ballerine a tutti i costi

da Zazie di Silvana Sola

Avevo già salutato al suo apparire la serie americana Ely+Bea, portata in Italia dall’editore Gallucci e oggi la riprendo per leggere il numero 6 che ha per titolo Ballerine a tutti i costi.
La vicenda comincia con un libro, sì galeotto fu il libro. La nonna di Ely le regala un librone dal titolo Il grande libro del balletto e le due amiche entrano così nella storia di Giselle e finita la storia si divertono un mondo a giocare. La mamma non permette che si mettano a ballare con un coltello in mano e per trafiggersi il cuore devono rimediare con la mazza da baseball. Il libro e la storia di Giselle fa venir voglia di volteggi e scarpette a punta (anche se, si dice nella storia, qualche volta si macchiano di sangue). Ely e Bea riescono a strappare il consenso per iscriversi a danza classica, anche se le rispettive madri non dimostrano gran fiducia nelle loro passioni ballerine, dopo l’esempio dell’infatuazione per il pattinaggio sul ghiaccio, abbandonato dopo poche lezioni (“faceva un gran freddo commentano le bambine”). L’ironia di questi racconti per principianti lettrici è sottile, l’avventura sempre credibile e lo sguardo sulla vita (la scuola, le maestre, le parole e i toni degli adulti) attento e clinico. Fra plié e arabesque di tante storie che abbiamo documentato nella mostra e nel numero monografico Infanzia e Danza, anche questo piccolo libro prende la sua parte.
Della danza si può leggere e scherzare. Sempre di gusto le illustrazioni della bravissima Sophie Blackall

Accendi la notte

di Mauretta Capuano, ANSA

Ray Bradbury, l’autore di Fahrenheit 451, portato sul grande schermo da Francois Truffaut, ha scritto anche un libro per ragazzi di cui in Italia si è ignorata per oltre 50 anni l’esistenza. Un vuoto finalmente colmato dall’editore Gallucci con un’uscita speciale, nella traduzione inedita di Carlo Fruttero, di questo suo unico libro per i più piccoli: Accendi la notte, accompagnato dai divertenti disegni di AntonGionata Ferrari.

Scritto nel 1955, qualche anno dopo l’antologia Cronache marziane (1950) e Fahrenheit 451 (1953), Accendi la notte è la storia di un ragazzino che ha paura del buio. ”C’era una volta questo bambino non ancora grande non più piccino e non gli piaceva la Notte”. Così si apre il libro che tocca uno dei problemi più diffusi fra i bambini, la paura dell’oscurità. E questa volta non c’entra nulla la fantascienza, piuttosto la poesia. Al piccolo protagonista piace la luce e tutto quello che è legato ad essa: lampade, torce, lumini e anche fulmini e lampi. Ma il buio no, appena scende la sera rinuncia anche a giocare con gli amici. Sta tutto solo nella sua camera, fra lanterne e candelieri. Non ama proprio gli interruttori perchè servono ‘a far clic’, cioè a spegnere le luci. E, ”a notte alta la sua era l’unica stanza con una luce in tutta la città”.

Le cose cambiano quando un bel giorno bussa alla sua porta una misteriosa bambina, si chiama Buia ma ha un viso bianco come la luna. Grazie a lei, capirà che gli interruttori non servono solo a spegnere le luci, ma anche ad accendere la notte. Per far vincere l’infelicità al suo nuovo amico Buia decide di presentarlo alla Notte così ”diventerete amici” annuncia.

Infatti il giovane protagonista andrà alla scoperta di un nuovo mondo in cui si accende la Notte. Lontano dalla fantascienza, Bradbury anche questa volta dà un’immagine inaspettata delle cose, supera il modo comune di vedere la realtà. Una visione resa ancor più forte dalla traduzione di Carlo Fruttero, già protagonista di un evento letterario legato ai libri per ragazzi, che lo riguardava molto più da vicino: la storia de Il calabrone che ci vedeva poco, l’unico e inedito testo scritto per i bambini da Franco Lucentini, morto nel 2002, portato a termine per sfida con Carlo Fruttero.

In Accendi la notte, lo scrittore americano Ray Bradbury, 91 anni, che è anche poeta, racconta la paura dell’oscurità e mostra una via per superarla in modo poetico. Tanto che la notte finisce per apparire più affascinante del giorno. E il ”clic” che accende il buio conquista anche gli adulti. Non a caso l’editore consiglia questo libro a lettori ”dai 4 ai 99 anni”.

Sguardi nuovi a Grimloch Lane

da Zazie News di Silvana Sola

Si firmano The Fun Brothers i fratelli Eric e Terry Fan nel loro libro d’esordio Il giardiniere notturno pubblicato, per l’edizione italiana, dall’editore Gallucci .
Un albo illustrato poetico, visionario, frutto di illustratori di provata perizia tecnica e di straordinaria capacità immaginativa, che in questo caso sono anche autori.
In questo bel libro Eric e Terry, canadesi, formati all’Ontario College of Art and Design di Toronto, raccontano una storia per la quale mettono in campo l’intera tavolozza dei colori, mischiando grafite, china e tecniche digitali.
Il racconto di una magia realizzata da uno straordinario giardiniere notturno, un racconto di una realtà possibile frutto del lavoro di un anziano signore, maestro nell’arte cara a Edward Mani di Forbice.
Protagonista un bambino, William, più stupito degli altri, più curioso degli altri, erede, forse, del testimone “verde” capace di cambiare comportamenti e sguardi sulla vita di tutti i giorni.

Io, Pi, le parole diventano un gioco

Torna Piumini con le poesie per bambini da leggere ad alta voce. Di Marzia Apice, Ansa

ROBERTO PIUMINI, IO, PI (Gallucci Editore, pp.120, 10 Euro. Disegni di Cecco Mariniello). Un libro “da leggere ad alta voce”, da vivere non solo con gli occhi ma con l’immaginazione che nasce dal linguaggio poetico. Roberto Piumini torna in libreria presentando un nuovo lavoro, “Io, Pi” (Gallucci Editore), con il quale chiama a raccolta il suo pubblico, quello di bambini e ragazzi, per farli entrare nel mondo magico della fantasia. Nel testo, impreziosito dai delicati disegni di Cecco Mariniello, si rincorrono poesie che intrecciano gioco, corpo, narrazione, costituendo un continuo stimolo alla creatività di chi legge. I temi sono i più disparati, dalle emozioni ai pianeti, dai numeri alla bicicletta, ma tutti si prestano a essere raccontati e anche “interpretati” direttamente, in famiglia o a scuola. Ancora una volta il poeta dei più piccoli invita a riscoprire la condivisione orale delle storie, sfruttando lo straordinario potere evocativo e giocoso delle parole e della loro sonorità.
Un invito solo apparentemente facile da mettere in pratica, soprattutto oggi, in una società nella quale l’oralità sembra essersi persa nei meandri della velocità e del consumo. “Leggere un libro a voce alta è semplice e naturale se qualcuno lo fa: genitore, adulto, insegnante. L’oralità non è solo l’uso della voce, ma un modo fisico, prossimale, di stare insieme, e un tempo non frettoloso, ripetitivo, ritmico”, spiega Piumini in un’intervista all’ANSA. “Il fine primo e ultimo dei miei libri è essere una ricca esperienza creativa, emotiva e immaginaria per il lettore”, afferma ancora l’autore, sottolineando di non sentire il “peso” di essere uno scrittore per ragazzi. “La responsabilità di cui si parla è data dal fatto che la lettura di un bambino è un’esperienza più fonda e fondante di quella di un adulto, non tanto nei termini di ‘comunicazione di valori’ quanto in quelli dell’esperienza immaginaria, dell’arricchimento emotivo ed estetico che l’immaginazione fornisce”, prosegue, “quindi si tratta di una responsabilità ‘educativa’ solo nel senso antropologico di un’esperienza di memoria immaginaria, di attività personalizzante”. A ripagare il suo costante impegno per i giovani profuso nel corso degli anni è la consapevolezza che, nonostante il tempo abbia trasformato irrimediabilmente la società, da parte del pubblico di oggi non sia ancora cambiata “la risposta giocosa alla proposta di giocosità”. Un pubblico che non è diverso da quello di ieri, “né sul piano dell’ascolto né su quello della risposta”. Non crede che la stimolazione continua a cui i più piccoli sono sottoposti tolga spazio alla fantasia? “La domanda va fatta a chi si occupa scientificamente del campo: psicologi e psicopedagogisti. E’ probabile che qualcosa accada rispetto al ‘tempo’ dell’esperienza, sensoriale ed emozionale, prima percettiva e poi espressiva”. Tornando indietro con la memoria, lei da bambino che rapporto aveva con la poesia? “A parte i testi incontrati nei libri scolastici, c’erano certe filastrocche, o modi di dire del dialetto emiliano dei miei nonni e genitori, che mi hanno molto impressionato, e dato il primo gusto ritmico per la parola”, ha concluso.